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Opere della Collezione della Banca Popolare di Castelfranco Veneto di Marco Mondi

 Schede opere di Marco Mondi

Indice opere:

 

 

Opere della Collezione della Banca Popolare di Castelfranco Veneto

Marco Mondi

 

 <<Se tutti coloro che s'affatticano in studiare le nobili Arti,

                                            divenissero in quelle perfetti, al certo, che il mondo

                                            sarebbe d'opere eccellenti ripieno, mà perché pochi

                                            sono quelli che vogliono calcare la strada de' studiosi

                                           et assidui sudori, questi soli giungono alla perfezione

                                          del sapere...>>

Nadal Melchiori


 

  Le opere d'arte sono certo tra i beni più preziosi che la cultura del passato ci ha lasciato. In maniera non dissimile, anche la cultura contemporanea continua a lasciare i suoi frutti artistici, che saranno domani altrettante importanti testimonianze del livello qualitativo da noi raggiunto nel periodo storico in cui stiamo vivendo.

  Gran parte di tutto ciò che del passato conosciamo, tramandatosi di generazione in generazione, ci è giunto grazie al lavoro attento ed accorto di coloro che, per esigenze e finalità diversissime, hanno avuto cura di custodirlo, conservarlo, proteggerlo e al tempo stesso interpretarlo, leggerlo, studiarlo, capirlo. Già in tempi molto antichi, limitatamente alle opere d'arte figurativa, e ai dipinti in modo particolare, le testimonianze di maggior pregio furono raccolte in importanti collezioni. Queste furono principalmente private, o si formarono all'interno di edifici pubblici appositamente custoditi, dove oggetti preziosi ed oggetti d'arte erano destinati a scopi essenzialmente votivi o di trionfale propaganda, escludendo in genere interessi specificatamente estetici e documentari. Collezioni celebri di opere d'arte si formarono quindi sin dall'età classica, specialmente a Roma, quando si assistette, dopo la conquista della Grecia, a casi di vera e propria "esplosione" edonistica del gusto per le collezioni d'arte. Sebbene nel Medioevo occidentale, che pur vide rari casi di raccolte di opere antiche e pagane, motivazioni principalmente religiose spinsero a creare veri e propri "tesori", alcuni dei quali pervenutici quasi intatti, fu a partire dal Rinascimento che il collezionismo assunse connotazioni moderne, arricchendosi contemporaneamente di un valore formativo per l'uomo "umanista", che con squisito piacere estetico amò circondarsi di opere d'arte e manufatti belli e preziosi. Papi, cardinali, principi, signorie e "piccole corti", formatesi nell'ambito di ogni famiglia patrizia, diedero vita a raccolte eccezionali di capolavori, molte delle quali, in Europa almeno, costituirono il nucleo originario dei più importanti musei moderni. Per tacere poi di grandi banchieri italiani e stranieri dell'epoca, come Enrico Scrovegni a Padova, i Bardi, i Peruzzi, i Medici a Firenze, ma anche Agostino Chigi o più tardi Carlo De Rossi, così come gli stranieri Függer, Roomer e molti altri ancora, tutti collezionisti d'arte (è bene precisare che le loro raccolte, frutto delle ricchezze accumulate, erano collezioni private personali, piuttosto che della banca). Il Seicento, per amore e per prestigio, vide parallelamente il deciso affermarsi del collezionismo nell'ambito della nuova ricca borghesia (il fenomeno del collezionismo borghese troverà alla fine del secolo XIX un'ulteriore, diffusa impennata); mentre nel Settecento dei lumi, accanto all'affermarsi della moda per l'arte di società dei curieux, gli eruditi diedero avvio a raccolte createsi sulla base delle scoperte esigenze di specializzazione e di ricerca, destinate a coinvolgere l'interesse del pubblico per le opere d'arte e determinanti, grazie a numerosi lasciti, nel formare poi i nuclei principali d'importanti accademie ed istituti. La seconda metà del secolo, inoltre, vide la nascita dei primi grandi musei europei: nel 1753 nasceva a Londra il British Museum, nel 1760 Guglielmo IV d'Assia apriva al pubblico la galleria di Kassel, nel 1789 il granduca di Toscana faceva riordinare al Lanzi le sue collezioni fiorentine per renderle visitabili al pubblico con orari regolari, mentre qualche anno più tardi Napoleone "depredava" le collezioni di mezza Europa, ed italiane in modo particolare, per fare del Louvre uno dei maggiori musei al mondo. Nell'Ottocento, assieme ai motivi tradizionali del gusto del possesso, del piacere estetico di circondarsi di belle opere, della distinzione sociale, dell'ostentazione di ricchezza o della necessità d'arredare sontuosamente le dimore, la passione per l'arte e l'arte intesa come investimento finanziario furono i principali stimoli che spinsero alla formazione di nuove, straordinarie raccolte. Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del nostro secolo, come mai prima, il collezionismo privato e pubblico si fece sempre più strettamente legato ai grandi mercanti d'arte (con il conseguente notevole incremento, da parte dei mercanti non seri, di commerci truffaldini di falsi o di opere facilmente attribuite), per continuare in questa direzione sino ai nostri giorni ma, almeno per l'Italia, con acuti qualitativi e quantitativi decrescenti. Ed è alla luce di questo diffuso scadere del fenomeno del collezionismo, che particolarmente significativa nel valore e meritevole negli intenti è proprio l'attività svolta in questo settore dagli istituti di credito e dalle fondazioni bancarie in genere, oggi in Italia, tranne casi sporadici, le uniche a supplire alle molte carenze dello stato e alla mancanza di quel "mecenatismo" grandioso, nell'antico almeno, che un tempo sempre aveva sorretto lo splendore e la gloria dell'arte italiana nel mondo.

  E' ovvio che nei vari periodi e nei singoli ambienti, accanto al fenomeno del collezionismo e del mecenatismo ad esso connesso, sin dal suo primo manifestarsi si sviluppò un costante e parallelo rapporto dialettico con le esigenze colte della conservazione, della tutela, del restauro, della comprensione, della classificazione e dello studio in senso lato, nonché una sempre più chiara presa di coscienza dei valori culturali insiti nel possedere e nel conoscere le stesse opere d'arte quali testimonianze preziose ed uniche nel dare lustro e prestigio, e nel tramandare alla memoria storica del futuro le persone e le istituzioni che con esse interferirono ed interferiscono.

  Molto più di quanto succede adesso, il collezionista in passato rivestiva sovente anche il ruolo di committente e si serviva dei consigli dell'artista e dell'esperto per formare la propria raccolta. Allora, come adesso, la ricerca non poteva prescindere dal mercato dell'arte, che trovò in Italia importanti centri d'approvvigionamento (Roma, Firenze, Venezia, Napoli, ecc.). E nel Seicento proprio Roma, indiscussa capitale dell'arte barocca, svolse il ruolo d'importantissimo centro commerciale europeo del mercato di opere d'arte; ruolo che andò pian piano diminuendo. In seguito, inoltre, il cardinale Pacca, con grande e precoce sensibilità, emanò un editto (1820) che aveva lo scopo di tutelare lo stato della Chiesa dalle spoliazioni del nostro patrimonio culturale: purtroppo, ed è un problema attualissimo, tutela e mercato possono convivere con gran difficoltà. Allo scadere del XVII secolo, Roma dovette comunque cedere inevitabilmente il posto di capitale del mercato dell'arte europea a Parigi, la città della più potente monarchia assoluta dell'epoca, quella di Luigi XIV, il Re Sole. Il ruolo di preminenza europea svolto da Parigi, andò col tempo via via accentuandosi, per divenire sempre più, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, per l'arte, la scuola ed il mercato del mondo. Nel secondo dopoguerra, leggi più permissive rispetto a quelle francesi, contemporaneamente all'affermarsi in Inghilterra di un centro finanziario mondiale, hanno fatto sì che il mercato delle opere d'arte si spostasse a Londra e da qui, negli ultimi decenni, col prepotente affermarsi del potere economico d'oltre oceano, negli Stati Uniti, che trovano tutt'oggi in New York la nuova capitale mondiale dell'arte e del mercato dell'arte. Tuttavia l'Italia, con il suo patrimonio di ineguagliabile ricchezza, continua ad essere una miniera inesauribile di capolavori antichi, parte dei quali ancora conservati in quelle collezioni formatesi nei secoli passati e sopravvissute sino ai nostri giorni, ma che inevitabilmente si vanno svuotando per andare ad alimentare non di rado, dopo più passaggi di proprietà, a  volte anche per vie illegali, musei e soprattutto collezioni private straniere. La necessità quindi di "tutelare" l'immensa ricchezza artistica del nostro paese, obbliga le istituzioni pubbliche ad adottare ancora un rigido regime legislativo in materia, in alcuni casi repressivo nei confronti del mercato legale, ottenendo così talvolta il risultato opposto di dare un ulteriore stimolo alle esportazioni clandestine. Oggi infatti, per le opere d'arte, si può affermare che esistono due mercati: quello nazionale italiano chiuso all'interno delle sue frontiere, ed il grande mercato internazionale, dove le nostre opere antiche hanno valutazioni economiche decisamente alquanto superiori rispetto a quelle italiane. Lo stato, che si trova con i musei traboccanti di capolavori accatastati anche nei magazzini, per diversi motivi, è pressoché assente dalla volontà d'acquisirne altri; mentre pochi, sebbene da raffinati intenditori e da accorti investitori, sono i privati in grado di concorrere fuori dei nostri confini nazionali con i facoltosi acquirenti stranieri (americani in primis, ma negli ultimi anni anche mediorentali e dell'Estremo Oriente) al fine di riportare in patria quelle opere italiane che di continuo sono proposte in vendita nei mercati internazionali. Encomiabile a tal proposito rimane ancora una volta il ruolo svolto dagli istituti di credito, per cui in essi, più che altrove, si può oggi ravvisare lo spirito più genuino del nostro collezionismo e del nostro mecenatismo d'un tempo.

  Assieme all'attività culturale dei musei e delle raccolte pubbliche, le collezioni formate dalle banche, con il loro continuo arricchirsi, rappresentano oggi una delle realtà più vive ed articolate pure all'interno della ricerca storico-artistica, affiancando e corroborando la funzione pubblica in materia. E' grazie al loro intervento, che sempre più spesso importanti opere che compaiono nel mercato nazionale e straniero (con il conseguente rimpatrio) sono acquisite per trovare un ricovero definitivo a completa disposizione degli studiosi. Talvolta, l'acquisizione d'interi nuclei permette di mantenere integre le antiche raccolte o parte d'esse, avviando contemporaneamente una campagna di studi che, tra le molte finalità, percorrendo la storia dell'opera d'arte nel tempo, aiuta la comprensione del fenomeno stesso delle committenze antiche e della formazione delle grandi collezioni del passato, con tutto quanto comporta la conoscenza di chi le collezionò, le protesse, le amò e le introdusse nella propria vita facendone un veicolo nel progresso dei rapporti sociali. Analizzare la storia del collezionismo, significa anche rintracciare nelle varie epoche le molteplici sfumature assunte dal valore estetico dell'arte sulla traccia del mutar del gusto, per trovare alla fine l'ulteriore, immancabile conferma che la valenza estetica e culturale d'ognuna d'esse persiste e si mantiene costante in relazione sempre alla sua qualità esecutiva. Comprendere la qualità e la storia di un'opera, quindi, vuol dire arricchire la stessa di valenze culturali sempre più complesse, che travalicano il campo strettamente artistico per gettar fasci di luce sulla storia stessa dell'uomo, contribuendo in modo determinante al progresso della comprensione del nostro passato, affinché anch'esso possa essere salvaguardato, custodito, mantenuto vivo come esempio impeccabile nel bene e nel male, in quanto anch'esso è parte essenziale della nostra coscienza di esseri civili. Ed è in ciò che si riversa il valore sociale del collezionismo privato, specie nel caso delle raccolte formate da istituti come quelli bancari, sempre pronti ad aprire le porte dei propri tesori per metterli, in occasione di mostre o su richiesta, a completa disposizione del pubblico. Tutto questo converge e vibra nella "fortuna" incontrata dall'opera d'arte, oggi come in passato; fortuna che le ha garantito la concreta sopravvivenza nel tempo. In un ambiente raffinato, civile e colto, in grado cioè d'apprezzarne il suo valore artistico, è l'opera stessa che trova nelle proprie qualità formali e di contenuto i fattori primi della propria sopravvivenza, della propria tutela e della propria conservazione perché sia tramandata nella propria genuinità ai posteri.

  L'attività esercitata in questo settore dalle banche è, inoltre, tra le più significative nei confronti della difesa e della valorizzazione del patrimonio artistico locale e nazionale. Rispondendo agli stimoli e alle provocazioni del mercato, dopo quanto su detto, gli istituti di credito sono pressoché gli unici a svolgere, sempre più spesso, come privati, specifiche mansioni che vanno ben al di là delle iniziali motivazioni di un collezionismo d'occasione. Oltre alle parallele iniziative di restauri, sovvenzioni, pubblicazioni e contributi d'altro genere in campo artistico, lo spirito di mecenatismo moderno che alimenta le raccolte d'arte, possedute e continuamente incrementate pressoché da ogni istituto di credito, tende a formare, per i dipinti, vere e proprie pinacoteche che affiancano quelle pubbliche, rispondendo ad una precisa consapevolezza storico-critica. In tal senso, si possono individuare, in linea di massima, tre tipologie di raccolta, che sempre si integrano l'un l'altra: le collezioni formate per documentare la produzione artistica delle località dove le banche operano; quelle cosiddette di "palazzo", legate cioè alle necessità di "arredo" prestigioso delle sedi bancarie (è il caso che più interessa la Banca Popolare di Castelfranco Veneto, ora Banca Popolare di Treviso); e quelle formate attraverso operazioni bancarie, maggiormente collegate all'attività finanziaria degli istituti. E' tuttavia ovvio che nell'acquisizione delle opere d'arte da parte di una banca, è sempre particolarmente viva una certa funzionalità pratica, che tiene conto sia del valore economico dell'opera che della sua valenza di alto decoro e di vanto culturale da esibire ai propri clienti quale indice del livello qualitativo del prestigio raggiunto dall'istituto stesso. Tant'è vero che in queste collezioni, come visto, senza trascurare gli altri grandi artisti nazionali, una particolare attenzione è sempre rivolta a selezionare le gemme più preziose e significative del glorioso passato artistico del territorio in cui le banche operano, rappresentando così alcune tra le principali "forze" stimolanti lo studio e la comprensione del passato storico-artistico di quei luoghi. Ed il loro valore è tanto più significativo quanto più si considera il contesto attuale del sistema creditizio, proiettato non più in ambito solo locale o nazionale, ma internazionale (europeo almeno), il quale esige nuove strategie di mercato, tra cui non ultima è la veste che ne connota l'efficienza e l'identità agli occhi del cliente italiano e straniero.

  Nel corso del tempo, alcuni tra i più importanti istituti di credito italiani hanno formato collezioni di tale vanto e di tale importanza storico-critica per cui nasce la necessità, sia all'interno degli istituti quanto per le esigenze degli studiosi e dei ricercatori, nonché, ovviamente, del pubblico, di mostrare, studiare, catalogare e pubblicare l'immenso ed eccezionale patrimonio artistico oggi da essi conservato. Sulla spinta di questa esigenza, ogni banca vuole mostrare le proprie ricchezze artistiche, permettendo sovente visite periodiche e guidate alle raccolte conservate in apposite sedi. Ricorrenze od altri particolari eventi diventano inoltre l'occasione per studiare ed esporre queste opere in una mostra; oppure le più importanti tra esse sono date in deposito ai musei, quando lo stesso istituto di credito, o la fondazione ad esso legata, non crei un vero e proprio museo aperto al pubblico. In ultima analisi, l'esposizione delle opere è quindi l'esposizione della prestigiosa storia di chi le ha raccolte, vale a dire delle stesse banche, e delle motivazioni e dei canali per mezzo dei quali sono state acquisite; manifestando al contempo il meritato vanto di possedere, proteggere, salvaguardare e valorizzare importanti gioielli della nostra storia, del nostro passato, della nostra cultura.

  Da qualche anno a questa parte, sulla spinta di queste motivazioni ed usufruendo delle esperienze fatte dalle singole iniziative a tal proposito già intraprese da molti istituti di credito, l'Associazione Bancaria Italiana, come precisa Carlo Pirovano nel catalogo della recente mostra monzese su alcuni dipinti provenienti dalle collezioni Ambroveneto-Banca Intesa e Fondazione Cariplo, <<si è fatta promotrice di un programma di catalogazione organica del patrimonio artistico custodito dagli enti a lei consociati secondo criteri unitari e con l'intento specifico di rendere di dominio generale i risultati e la documentazione derivante da questi studi. Un'operazione organizzata per settori territoriali corrispondenti in parte alle aree regionali, in altri casi ad aggregazioni più ampie, che ha visto i primi frutti con la pubblicazione di un volume dedicato alle opere delle banche di Lombardia (Tesori d'arte delle banche lombarde, Milano 1995), una sezione delle quali veniva presentata nella sede prestigiosa di Palazzo Te a Mantova (Per una storia del collezionismo. Raccolte d'arte delle banche lombarde) nella primavera del '96... Operazioni simili sono in corso anche per il Veneto e per l'Emilia Romagna, ma il piano, molto ambizioso, vorrebbe pervenire a un censimento sistematico per tutta l'Italia>>. Inseparabile da questa ambiziosa operazione, deve essere ricordato ancora il quanto mai attuale fenomeno che vede processi di privatizzazione di istituti di livello nazionale e processi di fusione, di incorporazione, di integrazione o di aggregazione (ed è il caso proprio della Banca Popolare di Castelfranco Veneto - ora Banca Popolare di Treviso -, aggregatasi al Gruppo Banca Popolare Vicentina) tra banche, nonché, per alcune di esse, i nuovi ordinamenti legislativi in merito alla separazione della proprietà azionaria dalle aziende operative del sistema creditizio (le fondazioni e le banche in senso stretto).

  Gli esempi più vistosi dell'impegno culturale svolto dalle banche nel campo artistico, si sono concretizzati, piuttosto recentemente, in un insieme di manifestazioni espositive di alto prestigio, spesso volute e coordinate dall'Associazione Bancaria Italiana e dall'Associazione delle Casse di Risparmio Italiane, che hanno raccolto capolavori conservati in molti istituti di credito per presentarli al pubblico in mostre come quelle romane di Castel Sant'Angelo del 1985 o di Palazzo Venezia del 1989, quella itinerante (Washington, Toronto e Bologna) del 1990-1991, fino a quelle su nominate e ad altre ancora. Di altrettanta importanza sono i cataloghi, scientificamente redatti, che hanno accompagnato tali iniziative, ai quali devono affiancarsi tutte quelle pubblicazioni legate alle numerose mostre che singolarmente molte banche hanno allestito in tutta Italia (come, appunto, quella oggi proposta dalla Banca Popolare di Castelfranco Veneto, ora Banca Popolare di Treviso), o a intenti di catalogazione monografica delle raccolte dei singoli istituti oppure, come per la Lombardia, delle banche di un'intera regione. E' da sottolineare comunque,  che le iniziative editoriali degli istituti di credito non si limitano al stretto campo artistico, aprendosi sovente ai più diversi interessi. Tali pubblicazioni, tuttavia, sono spesso di difficile reperimento, in quanto principalmente destinate alla clientela degli istituti. Per tale motivo, l'Associazione Bancaria Italiana e l'Associazione delle Casse di Risparmio Italiane su di esse hanno redatto un repertorio bibliografico formato da diverse migliaia di voci; e la prima, nella sua sede di Roma, ha addirittura costituito una biblioteca.

  La mostra della raccolta d'opere d'arte della Banca Popolare di Castelfranco Veneto (che sta assumendo, dopo l'unione in corso con la Banca Popolare Piva di Valdobbiadene, la nuova denominazione di "Banca Popolare della Provincia di Treviso" - ora "Banca Popolare di Treviso"), ente consociato all'Associazione Bancaria Italiana, allestita negli spazi della Galleria del Teatro Accademico cittadino in occasione dei suoi centoventicinque anni di attività, s'inserisce pertanto a pieno diritto in questo complesso lavoro di esposizione e di catalogazione del patrimonio artistico conservato dagli istituti di credito italiani. Le opere, custodite quasi tutte nelle sale e nei saloni della sede centrale della banca, e di conseguenza generalmente non visibili al pubblico, sono per la prima volta esposte, e catalogate, quasi nella loro interezza, limitatamente almeno ai dipinti degli "artisti non più viventi", con l'eccezione delle incisioni del Carlevarijs (cat. 8-11), che trovano giustificata la loro presenza in relazione alla precedente attribuzione della bella veduta di Piazza San Marco (cat 12).

  La formazione della raccolta, costituitasi praticamente negli ultimi decenni con un'attenzione rivolta principalmente alle tradizioni figurative del territorio dove la banca sorge e opera, segue molteplici vicende dell'istituto, e risponde anche alle esigenze di decoro e di prestigio degli spazi entro i quali si svolge la quotidiana attività di lavoro. I canali attraverso i quali i dipinti sono giunti, sono principalmente i tradizionali canali d'acquisizione, direttamente da privati, pur con qualche acquisto nel mercato e con acquisizioni avvenute in occasioni di Premi (e si vuol qui ricordare, all'inizio degli anni Sessanta, il Primo Premio di pittura Giorgione-Poussin ed il Secondo Premio biennale di pittura Giorgione per artisti contemporanei) o di altri avvenimenti espositivi locali. Tuttavia, nell'ambito della politica di sviluppo di un istituto, esigenze diverse portano talvolta all'acquisizione di intere proprietà immobiliari, con la conseguente acquisizione delle opere d'arte figurative in esse incluse. E' il caso pure della nostra banca, che con gli acquisti dei palazzi Soranzo Novello e Spinelli Guidozzi entrò contemporaneamente in possesso delle pitture murali in essi conservate. Entrambi di notevole mole architettonica e situati in faccia alla torre civica del castello, detta anche "davanti", palazzo Soranzo Novello, oggi sede centrale della banca, sebbene la veste attuale sia frutto di una ristrutturazione settecentesca, ha origini ben più antiche, forse addirittura tardo-medievali; mentre palazzo Spinelli Guidozzi risale al periodo tardo-rinascimentale. Nel volume di Giampaolo Bordignon Favero sui due palazzi, voluto dalla Banca Popolare di Castelfranco Veneto (ora Banca Popolare di Treviso) nel 1981, in occasione della conclusione dei lavori degli ultimi restauri, vi è pubblicato un approfondito studio sul brano in affresco (cat. 1) scoperto in palazzo Soranzo Novello. Si tratta di un'opera di estremo interesse per la storia della pittura cittadina di fine Quattrocento, il cui autore si mostra influenzato dalla contemporanea pittura padovana e da quella di ascendenza belliniana. L'affresco raffigura la sacra Conversazione di Maria con i santi Antonio Abate e Girolamo, dove sulla base del trono della Vergine si legge la data 1496. Come precisa il Bordignon Favero nel su citato testo, fu rinvenuto nel 1962, e la sua collocazione originaria, con la funzione di immagine devozionale, era in una vano dell'adiacenza del palazzo, ubicato sotto i portici della bastia nuova. Lo studioso, inoltre, sulla traccia delle indicazione del primo Settecento riportate dallo storico ed erudita locale Natale Melchiori, che sintomaticamente non menziona quest'opera, suppone giustamente di collegare l'esecuzione dell'affresco, datato, con l'occasione del restauro della <<diruta chiesa dell'antico convento francescano dedicata a Sant'Antonio Abate>>, come testimonierebbe la figura del <<santo dottore Girolamo che tradizionalmente è raffigurato, in circostanza di edificazione di chiese, con il modello del tempio sacro offerto dalle sue mani, e dall'altro vi è l'immagine del santo titolare dell'erigenda o della restaurata chiesa francescana. E si sa anche che tra le nobili famiglie del tempo, se non la più illustre e la più doviziosa di tutte quelle esistenti nella Parrocchia di Pieve (di fronte alla cui chiesa sorgeva l'oratorio e l'annesso monastero dei Conventuali) era quella dei Soranzo, la cui casa dominicale è questa nella bastia nova, di fronte alla torre davanti, nel cui limite di proprietà con l'adiacente casa è dipinto l'affresco>>.

  Altrettanto importanti per la storia artistica cittadina, sono gli affreschi di palazzo Spinelli Guidozzi, tra le architetture più notevoli di Castelfranco, costruito, come precisa il Melchiori, intorno al 1570 per volontà di Attilio Guidozzi. Gli affreschi nel corso dei secoli hanno avuto una controversa fortuna attributiva: opere di scuola veronesiana databili tra la fine del XVI secolo e l'inizio del secolo successivo, furono da varia letteratura locale attribuiti al Veronese, allo Zelotti, ad Alvise del Friso, al Ponchini, ai Castagno­la e ad altri ancora. Natale Melchiori riferisce gli affreschi a Bene­detto Caliari, ma la Crosato, nel suo volume sugli affreschi delle ville venete (1962), a giudicare da quanto è ancora leggibile, specialmente per il riquadro con il ratto d'Europa, trova la giovane troppo aggraziata nelle forme per es­sere di mano di Benedetto, così come l'intonazione chiara e luminosa dei colori non corrisponde a quelle consuete di questo pittore. In essi vi sono raffigurate scene mitologiche d'ispirazione ovidiana, concepite in origine probabilmente con intenti moralistici: il degrado delle divinità e delle semi-divi­nità pagane deboli verso peccati terreni tipicamente umani, e la con­seguente, indiretta, esaltazione delle divinità religiose cristiano-cattoliche. Nei depositi della civica collezione museale di Castelfranco Veneto, si conservano undici disegni, parte di una serie di diciannove, riferibili a Palazzo Spinelli Guidozzi ed ai suoi affreschi, che sono partico­larmente significativi in quanto permettono di conoscere anche raffigurazioni oggi scomparse. Collocabili per l'esecuzione probabilmente nell'ultimo quarto del secolo XIX, sono forse stati eseguiti da uno studioso di pittura veneta dell'epoca. Alcune scritte poste su di essi, ci informano che il loro autore credeva gli affreschi copiati opera di Gian Battista Zelotti e di Paolo Veronese, mentre alcune date riportate stanno forse ad indicare, se non la data di esecuzione dell'intero ciclo ad affresco, il possi­bile momento di edificazione o di risistemazione del palazzo.

  Tra le opere delle collezione della banca esposte in mostra, di particolare pregio per la qualità e per le dimensioni sono le quattro tele raffiguranti due soggetti religiosi, uno mitologico ed uno storico (cat. 4-7), provenienti da un'illustre casata del parmense, quella dei principi Meli Lupi di Soragna, che le conservavano nel loro castello. In origine facenti parte di un ciclo di più tele commissionate dai nobili Pallavicino per la loro dimora di Busseto, sono opere tipiche del pittore veneziano Nicolò Bambini, come provano inconfutabilmente anche i documenti, che sembrerebbero un promemoria di pagamento, rinvenuti e successivamente dati alle stampe da Giovanni Godi. Pubblicati come lavori del Bambini anche da Egidio Martini, furono tuttavia in passato, per la loro provenienza e l'alta qualità, riferiti con fondate motivazioni da altri studiosi, tra cui lo stesso Rodolfo Pallucchini, che li riproduceva nella sua Pittura veneziana del Settecento, a Sebastiano Ricci. Un'altra tra le opere di maggior pregio della raccolta ha potuto trovare la giusta attribuzione grazie alle ricerche effettuate proprio in occasione di questa mostra. Si tratta della bella veduta veneziana di Piazza San Marco (cat. 12), già attribuita a Luca Carlevarijs, ma che, alla luce dei recenti studi sull'artista e sugli altri pittori a lui vicini, dopo quanto appurato da Fabio Mondi, e successivamente anche da chi scrive, non può più essere inclusa nel catalogo del friulano ma è da inserirsi in quello dell'artista svedese Johann Richter, abile e raffinato pittore che fu, nel suo lungo soggiorno veneziano, fortemente influenzato dall'arte del primo. La presidenza della Banca, ha successivamente interpellato uno dei principali cultori della pittura veneta del Settecento, il quale, dopo un attento studio, concorda nel togliere l'opera al Carlevarijs per darla allo svedese. La nuova attribuzione, infatti, si colloca pienamente in sintonia con la recente riscoperta e rivalutazione della personalità del Richter, che ha già visto restituirsi la paternità di diversi altri dipinti, un tempo ritenuti di mano del Carlevarijs. In deposito a palazzo Barbieri in Verona, per conto del Museo di Castelvecchio, vi sono due tele raffiguranti altre vedute di Piazza San Marco dalle misure pressoché identiche a questa e stilisticamente assolutamente vicine, tanto nella stesura delle architetture quanto delle figure, pure esse date un tempo al pittore di Udine e riportate nel 1997 da Roberto Rossi al Richter. Un'altra opera del Settecento degna qui di menzione per la sua felice qualità esecutiva è quella di Giuseppe Zais (cat. 13), esempio tipico del nostro paesaggismo intorno alla metà del secolo, giocata tutta nello spirito arcadico che ha fatto di questo genere di pittura veneta uno dei raggiungimenti più alti della poetica figurativa italiana dell'epoca.

  Vera gemma della raccolta, per quel che riguarda l'Ottocento, è La pappa al fogo (cat. 18) di Noè Bordignon. Capolavoro dell'artista nativo di Castelfranco, ed in assoluto tra le opere più significative della pittura veneta dell'entroterra di fine secolo, il dipinto venne presentato dall'artista alla prima Biennale veneziana del 1895 e fu rifiutato non per motivi artistici, bensì per "gelosie" di vario genere da parte dell'ambiente culturale della città lagunare: il pittore stesso annotava, valutandolo ben 30.000 lire, molto di più di ogni altra sua opera, d'averlo consegnato il 5 aprile 1895, per poi sottolineare che fu stato <<barbaramente respinto>>. Tant'è vero che il Bordignon decise allora di inviarlo, nel settembre dello stesso anno, per lasciarvelo sei mesi, all'esposizione di <<via Nazionale in Roma>>, e poi a Parigi, come precisa Ottorino Stefani, dove fu premiato come una delle opere più prestigiose della pittura italiana dell'epoca, così come a Brera in Milano nel 1900. L'interno di cucina raffigurato, nel quale la giovane madre e i due figlioletti sono ritratti nell'intimità della loro umile vita quotidiana, proposta però con una dignità quasi religiosa, rappresenta certo uno dei brani più genuini e sentiti di tutto quel verismo vernacolare che trova, nell'ambito del Realismo, a partire dagli anni Ottanta e per un decennio almeno, periodo alla fine del quale (poco prima del 1895) ci sentiamo di collocare la realizzazione di questa straordinaria opera, i suoi più acuti raggiungimenti qualitativi e di contenuto a livello nazionale. Del Bordignon, inoltre, la banca conserva altre opere; queste ultime tutte acquisite direttamente dagli eredi dell'artista (cat. 16-17, 19-20).

  Per il Novecento, l'interesse rivolto alla cultura figurativa legata al territorio dove la banca sorge ed opera, si manifesta esplicitamente attraverso l'acquisizione di opere di artisti locali come Bruno Gherri Moro (cat. 21-23) e Luigi Stefani (cat. 24-25), coetanei, ma dalle tradizioni e dalle connotazioni artistiche profondamente diverse. Le opere di Bruno Saetti (cat. 28) e di Tancredi (cat. 29) concludono la mostra che, come già detto, s'è voluta limitare ad alcune delle opere della collezione eseguite da artisti oggi non più viventi. In realtà la raccolta comprende anche altre opere, tra le quali, strettamente legate alla storia dell'istituto, una serie di ritratti raffiguranti presidenti e personaggi illustri del passato aziendale, nonché, tra gli altri dipinti più significativi, un discreto numero di lavori di Giorgio Dario Paolucci.

  In ultima analisi, la raccolta di opere d'arte della banca ben s'inserisce nella tradizione collezionistica cittadina, che aveva visto, pur tralasciando le opere menzionate negli scritti di Natale Melchiori, fin dal primo Ottocento la formazione della ricca pinacoteca della sacrestia del Duomo, costituita inizialmente per raccogliere le pitture che rischiavano di essere disperse a causa della soppressione di chiese e conventi, con l'eccezione degli affreschi del Veronese e dello Zelotti strappati dalla demolita Soranza, e che rappresenta a tutt'oggi la vera pinacoteca della città. Non si deve comunque dimenticare che anche Castelfranco, verso il 1899, si dotò di un vero e proprio museo, chiuso poi con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel quale confluirono opere di vario genere e di diversa natura; mentre poco prima, Luigi Tescari formò un'invidiabile collezione ricca di oltre 370 dipinti, alcuni dei quali giunsero col tempo al museo stesso, che poteva vantare, con le attribuzioni d'un tempo, opere di Mantegna, Carpaccio, Giorgione, Tiepolo e molti altri grandi maestri ancora.

  Com'è nella politica aziendale di ogni istituto di credito, in fine, anche la Banca Popolare di Castelfranco Veneto (ora Banca Popolare di Treviso) vanta iniziative altamente meritevoli per il continuo, decennale interesse rivolto nel fornire contributi finanziari ad operazioni e manifestazioni di vario genere in campo artistico. Tra queste, le numerose e fondamentali pubblicazioni da essa volute e promosse, infatti, sono quelle che più l'hanno caratterizzata e prestigiosamente distinta, e lungo sarebbe fare l'elenco di tutte le opere date alle stampe, che rappresentano certo uno tra i più significativi, se non il più significativo, tra gli stimoli dati al progresso della comprensione e dello studio della storia e dell'arte di Castelfranco e del territorio dove la banca opera da centoventicinque anni.

 

IN COSTRUZIONE

 

Opere della Collezione della Banca Popolare di Castelfranco Veneto di Marco Mondi

 Schede opere di Marco Mondi

Indice opere:

Pittore veneto della fine del XV secolo, Conversazione di Maria con i santi Antonio Abate e Girolamo, 20, 21.

Felice Riccio, detto il Brusasorci, bottega di, Deposizione nel sepolcro con la Maddalena, 22, 23.

Francesco Bassano, bottega di, Allegoria dell'aria, 24, 25.

Nicolò Bambini,  La vittoria di David, 26, 27.

Nicolò Bambini, Rebecca ed Eliezer al pozzo, 28, 29.

Nicolò Bambini, Il ritrovamento di Achille tra le figlie di Licomede, 30, 31.

Nicolò Bambini, Sofonisba che riceve il veleno da Massinissa, 32, 33.

Johann Richter, Piazza San Marco, 34, 35.

Luca Carlevarijs, Chiesa Patriarcale di S. Pietro di Castello, 36, 37.

Luca Carlevarijs, Faciata della Scuola di S. Teodoro, 36, 37.

Luca Carlevarijs, Procuratie Nove in Piazza di S. Marco, 36, 37.

Luca Carlevarijs, Facciata interiore del Palazzo Ducale, 36, 37.

Giuseppe Zais, Paesaggio, 38, 39.

Andrea Porta, Paesaggio, 40, 41.

Andrea Porta, Paesaggio, 42, 43.

Noè Bordignon, Ritratto femminile, 44, 45.

Noè Bordignon, Ritratto maschile, 44, 45.

Noè Bordignon, La pappa al fogo, 46, 47.

Noè Bordignon, Ritratto di bambina, 48, 49.

Noè Bordignon, Ritratto di bambino, 48, 49.

Bruno Gherri Moro, Ritratto del senatore Luigi Luzzati, 50, 51.

Bruno Gherri Moro, Paesaggio d'Evolène, 52, 53.

Bruno Gherri Moro, Castelfranco Veneto che scompare, 54, 55.

Luigi Stefani, Donna che legge, 56, 57.

Luigi Stefani, Castelfranco Veneto, Corso XXIX Aprile con neve, 58, 59.

Pittore anonimo, Canzone, 60, 61.

Mario Disertori, Autunno sui colli, 62, 63.

Bruno Saetti, Sole a Venezia, 64, 65.

Tancredi Parmeggiani, Composizione astratta, 66, 67.

 

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Specializzazione: lo Studio espone in permanenza quadri antichi e moderni (soprattutto di artisti veneti), arte, antichità ed antiquariato. Effettua compravendite di quadri, consulenze d'arte, ricerche artistiche, stime e perizie d'arte. Esegue testi storico critici, organizza e cura mostre e catalogazioni per conto di privati, Pubbliche Istituzioni, Associazioni Culturali ed Enti Pubblici e Privati. Per ricerche in corso, si invitano i possessori di opere e documenti di artisti di Castelfranco Veneto ed attivi in città a contattare lo Studio. Per avere informazioni su altre opere di artisti presenti a Castelfranco Veneto e nel suo territorio, contattare la Galleria. Si acquistano opere di Castelfranco Veneto e nel suo territorio dopo averne esaminato preventivamente le foto (Castelfranco Veneto e nel suo territorio).

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